SBP e il calciatore
Quasi tutte le chiavi di questa prospettiva offerte all’allenatore sono ovviamene, in seguito, trasferite dall’allenatore stesso ai calciatori della sua squadra. Pertanto oltre a quelle informazioni, un calciatore riceve le seguenti chiavi:
– Capacità di interazione rapida — Capacità di individuare la soluzione nel contesto immediato di gioco (ad esempio durante un’azione che si svolge rapidamente e/o riuscire a vedere tempestivamente come uscire da un’azione confusa).
– Cosa è l’Attenzione e come gestirla — Acuire ed allenare la sua capacità di dirigere deliberatamente la sua attenzione, affinché ogni sua giocata produca il massimo dei risultati, limitando lo spreco di energie.
– Conoscenza e applicazione di Tecniche del campo elettromagnetico — Apprendere e usare tecniche facili e rapide per fortificare il proprio campo energetico, evitando o comunque limitando la possibilità e l’entità degli infortuni (esercizi facili e veloci per acuire la sensibilità e per risvegliare la capacità di applicare lo “yielding”).
– Conoscere l’avversario — cosa significa veramente conoscere l’avversario? Come possiamo usare questa conoscenza a nostro vantaggio?
– L’idea paura e la paura di sbagliare — Qual’e la differenza tra queste due in campo? Come si riconoscono l’una dall’altra? Qual è la conoscenza-competenza che ci permette di ridimensionarle? Come e quanto incidono direttamente sul rendimento? (profezia auto-avverante). Qual è la loro provenienza?
– >>(NB — Questo non esclude affatto la possibilità per un calciatore di poter ottenere tutte le informazioni per se stesso anche al di fuori del contesto calcistico). — <<
IL RECUPERO DELL’ATLETA INFORTUNATO:
IL SOSTEGNO PSICOLOGICO COME STRUMENTO DI PREVENZIONE, PREPARAZIONE E LIBERAZIONE DALL’EVENTO TRAUMATICO.
In collaborazione e in sinergia con le altre figure professionali coinvolte ( il medico, il fisioterapista, il preparatore atletico) si prevede un intervento di supporto per completare il recupero dell’atleta infortunato attraverso il conseguimento del seguente obiettivo:
CAPIRE e MODIFICARE un’ ESPERIENZA PROBLEMATICA
Premessa:
Punto1. Per poter capire ed agire in maniera incisiva su una condizione che si presenta problematica, è necessario rendersi conto (essere consapevole) del significato e delle caratteristiche della realtà nella quale creiamo (spesso inconsciamente) quelle situazioni che riteniamo sfavorevoli; ad esempio: una riduzione o calo nella performance professionale, una situazione di vita che non ci soddisfa, una tensione che non ci permette di esprimere quello che intendiamo, nonché la confusione e la frustrazione derivata dal non sapere spiegare perché quello che ieri ci riusciva con estrema facilità, oggi è diventato impossibile da eseguire.
Punto 2. E’ fondamentale ricordare sempre quell’aspetto che troppo spesso diamo per scontato: l’atleta, il calciatore, è innanzitutto una Persona con una miriade di aspetti che definisco elementi caratterizzanti cioè aspetti che sono collegati tra di loro e sono tutti equamente importanti. Questo lo chiamo il Principio di Connettività, secondo cui, per un atleta, “l’essere calciatore” può rappresentare solo uno degli elementi caratterizzanti della sua persona.
In base a questa premessa, risulta necessario considerare l’atleta nel suo funzionamento globale e renderlo capace, con delle informazioni mirate, di poter agire sui suoi meccanismi.Ad esempio il calciatore infortunato può trovarsi a dover affrontare problemi che riguardano anche la sfera emozionale (inattività, rientro in campo) e che influenzeranno, a loro volta, la sfera personale, riverberandosi in tutti gli aspetti della sua vita e viceversa. Infatti le pressioni mediatiche, le aspettative della squadra e della società, incideranno sul calciatore, che può subire, se non opportunamente preparato, tutti questi aspetti: capire un problema, significa considerare gli effetti che produce in tutti gli elementi caratterizzanti della persona, anche se in apparenza sembrano non essere correlati tra di loro.
Personalizzazione dell’intervento
Secondo la mia ricerca ed esperienza, se ci si ferma a cercare di risolvere un problema insistendo solo sull’aspetto professionale, si ottengono scarsi risultati, ma l’implicazione peggiore è che la persona coinvolta, finisce con il crearsi l’idea-problema*, entrando in uno stato di confusione e di frustrazione ripetuto.
Pertanto, uno degli obiettivi del Self-Borne Perspective è di fare in modo che non si giunga mai alla creazione dell’idea-problema, dell’idea-paura, tramite alcune chiavi e informazioni che, prima con l’aiuto dell’operatore e, gradualmente, in autonomia con un monitoraggio sul medio/lungo periodo,consentono di evitare che i tempi di recupero siano marcatamente più lunghi del necessario. Infatti, nonostante il recupero fisico sia andato a buon fine, la percezione dell’evento e la sfera emozionale dell’atleta, necessitano di essere preparate adeguatamente per evitare cali nella sua performance, non più direttamente collegati al trauma fisico. Pertanto, attraverso una lettura tra le righe che permette di andare a scovare il problema di fondo, ovunque esso abbia origine e senza bisogno di dettagli personali, si aiuta l’atleta infortunato a scoprire la prospettiva su cui basa le sue azioni. Agendo su questa prospettiva, si possono cambiare i meccanismi interni della persona per renderla capace di gestire il problema esterno che si manifesta.
* l’idea-problema è spesso all’origine delle paure che a loro volta creano esperienze/eventi traumatici ripetuti.
L’approccio Pentacentrico
L’approccio del Self-Borne Perspective che ho chiamato “Pentacentrico” agisce nella seguente modalità: dapprima fornisce informazioni e conoscenze dei principi e di tutto ciò che ci riguarda (esempio del principio di connettività) e, successivamente, oltre a spiegare l’insorgenza di fastidi e problemi, offre la “cassetta degli attrezzi” per poterli ridimensionare o rimuovere del tutto. Infatti, l’Approccio Pentacentrico è un percorso composto da cinque fasi o elementi: le prime quattro riguardano il problema, la situazione di difficoltà o il disagio, la quinta riguarda la Persona che, attraverso la guida di un esperto che utilizza queste informazioni, scompone il problema e lo legge da una prospettiva completamente nuova, dato che riconoscere gli ostacoli non dà la garanzia di saperli gestire per migliorare la propria vita e la propria professionalità.
In breve, questo approccio si chiama Pentacentrico che può sembrare una parola difficile, ma è molto semplice: se guardate una piramide, essa è composta da quattro angoli alla base con il quinto al vertice, da cui deriva la parola “penta” che significa cinque. Mi sono ispirato alla solidità e alla forza di questa figura geometrica perché il percorso di formazione che propongo si basa principalmente su ciò che la persona stessa può fare, utilizzando da solo la propria cassetta degli attrezzi del mestiere: ad un atleta la posizione al vertice ( il quinto angolo, superiore agli altri) gli offre la migliore prospettiva (psico-fisica) da cui poter “attaccare e dominare” qualsiasi problema, sottoponendolo alle quattro fasi qui di seguito elencate:
- 1. il riconoscere;
- 2. il trattare;
- 3. l’accettare;
- 4. il mollare.
Grazie all’ascolto e al dialogo con l’atleta, l’esperto in Self Borne spiega e propone la struttura di questo approccio. In termini pratici, ciò significa che una buona parte delle resistenze dovute al disagio di affrontare i propri problemi o le proprie ansie da prestazione, è stata abbattuta o quantomeno sistemata in modo che non crei ulteriori disagi.
L’elemento chiave è che a ridimensionare e/o ad abbattere tali resistenze non è stato un intervento diretto dell’esperto, bensì la persona stessa, grazie al posizionamento all’apice che, con la guida dell’esperto, è ora in grado di dirigere le proprie azioni e di rendersene conto. Questa modalità struttura le basi su cui costruire un rapporto di reciproca fiducia da cui partire, per “attaccare” il problema specifico e, soprattutto, l’idea problema nascosta.
Il significato pratico delle altre quattro fasi, in ambito sportivo, è il seguente:
fase 1. Il riconoscere il problema: in questa fase si offre alla persona una serie di chiarimenti che promuovono la sua volontà di riconoscere il problema, vivendoselo però, da una prospettiva non più minacciosa;
fase 2. Il trattare il problema: per agevolare l’adempimento di questa fase è utile fornire informazioni alla persona sui due principali modi di interpretare il disagio derivante dal dover stabilire volutamente un contatto con il problema, nel presente immediato. Pertanto l’effetto cumulativo di questi passi porta all’accettare serenamente (fase 3.) proprio quel fastidio che, all’inizio era interpretato come qualcosa di difficile soluzione, mentre adesso è il segnale a garanzia che si sta compiendo un’azione mirata alla risoluzione del problema iniziale ed alla stabilizzazione di un equilibrio psico-fisico.
fase 4. Il mollare: nel Self Borne “il mollare” non significa affatto l’arrendersi, il soccombere, il lasciar cadere la cosa o il fingere che non ci sia, al contrario, per questo approccio il mollare implica un “gioco” di attenzione totalmente deliberato: una persona preparata a controllare la propria attenzione è capace di dirigerla deliberatamente verso obiettivi prefissati.
In sintesi la soluzione deve essere concretizzata direttamente e consapevolmente dalla persona, anche se indotta dall’esterno (counselor, mister, compagni di squadra e di reparto … … ), poiché, altrimenti, si otterrebbe solo un temporaneo “tamponamento” del problema. La decisione di partecipare liberamente con “tutto se stesso” all’ esperienza creata, consentirà risultati efficaci e duraturi e, soprattutto, l’appropriarsi delle dinamiche utili a fronteggiare e risolvere in modo funzionale il problema e l’idea-problema conseguente e ad eliminare in modo efficace le interferenze che limitano il proprio vivere professionale e sociale.
(Copyright © 2009 by Dr Antonio Marmo)