Self Borne Perspective

Il Self Borne e l’Approccio Pentacentrico

 Il Self Borne  tratta una nuova prospettiva acquisita gradualmente, attraverso la conoscenza di chiavi naturali che conducono la persona a riscoprire e a risvegliare una serie di livelli di consapevolezza. Ogni livello di consapevolezza risvegliato, permette alla persona di trattare e di gestire la sua quotidianità, in maniera marcatamente differente rispetto alla consuetudine, promuovendo inoltre, risultati nuovi, soddisfacenti e stimolanti, sia a livello professionale che a livello personale. 

Secondo il Self Borne, l’aspetto psicologico è da considerarsi una parte attiva nel “quadro ampio o mosaico” del nostro Essere.  Non è un prodotto derivato dall’esterno, utile ad esempio solo per gestire o spiegare qualche comportamento che erompe dai parametri sociali condizionati e condizionanti. 

Invece, può e deve essere considerato come parte integrante nella mappa interna di ognuno, che permette di scegliere le esperienze quotidiane, di interpretarle e di viverle in sintonia con quello che siamo veramente. Attivando questa facoltà interna, la persona e quindi l’atleta, il professionista e così via, può scegliere ed interpretare le esperienze (tra cui i problemi, gli ostacoli etc.), in base al proprio Essere, in quanto essa ci insegna a leggere tra le righe, e ci permette di vedere le esperienze quotidiane nella loro giusta dimensione, anziché subirle da vittime passive della sorte, delle coincidenze o quant’altro. 

Da questa considerazione nasce l’Approccio Pentacentrico: tecnica estrapolata dal Self Borne, mirata a ridimensionare quegli ostacoli che si innescano subdolamente nell’individuo, nell’atleta, viziandone la performance. 

L’Approccio Pentacentrico è un percorso composto da cinque fasi o elementi: le prime quattro  riguardano il problema, la situazione di difficoltà o il disagio, la quinta riguarda la persona che, attraverso la guida di un esperto che utilizza queste informazioni, scompone il problema e lo legge da una prospettiva completamente nuova, dato che il solo riconoscere gli ostacoli non dà la garanzia di saperli gestire per migliorare la propria vita e la propria professionalità: serve anche la cassetta degli attrezzi del mestiere per poter fare bene il proprio lavoro.

In breve, questo approccio si chiama Pentacentrico che può sembrare una parola difficile, ma è molto semplice: se guardate una piramide, essa è composta da quattro angoli alla base con il quinto al vertice, da cui deriva la parola “penta” che significa cinque. Mi sono ispirato alla solidità e alla forza di questa figura geometrica perché il percorso di formazione che propongo si basa principalmente su ciò che la persona stessa  può fare, utilizzando da solo la propria cassetta degli attrezzi del mestiere: la posizione al vertice riservata all’atleta o comunque alla persona in generis (il quinto angolo, superiore agli altri), gli offre la migliore prospettiva (psico-fisica) da cui poter “attaccare e dominare” qualsiasi problema, sottoponendolo alle quattro fasi qui di seguito descritte. 

 

Gli elementi utili ad implementare questo approccio relativamente ad un “problema riconosciuto” o per poter interpretare  le esperienze e le situazioni quotidiane, in modo uniforme al nostro Essere, sono: la persona, che sta al di sopra di tutto, da cui tutto parte e a cui tutto si convoglia – il riconoscere  (la presa di consapevolezza del problema stesso) – il trattare (l’intervento congiunto dell’esperto con l’interessato) – l’accettareil mollare

 

>> sintesi delle fasi dell’Approccio Pentacentrico:

  La Persona – 

La persona rappresenta “l’attore principale”, il punto cardine della piramide da cui tutto parte e a cui tutto ritorna evoluto e “ripulito” dai condizionamenti limitanti. 

Il Riconoscere

Il riconoscere significa letteralmente essere disposti ad ammettere che c’è un problema. Questa fase è utilissima perché senza di essa non è possibile trattare un ostacolo,  tantomeno rimuoverlo. In pratica, ammettere che c’è un ostacolo o un problema che dir si voglia, significa poterlo avere “fisicamente” davanti affinché si possa agire su di esso (trattarlo) e quindi, eliminarlo. 

– Il Trattare – 

Questa fase è costituita da un intervento congiunto dell’esperto o di una persona di fiducia (ad esempio l’allenatore) con l’interessato. 

La fase del trattare permette alla persona di confrontarsi con il problema in una modalità fino ad ora evitata, ossia per la prima volta la persona affronta il problema a viso aperto, sentendosi meno intimidito e meno fragile grazie alla presenza ed al supporto mirato dell’esperto o della persona di fiducia. Questo nuovo stato prodotto nell’interessato, fa sì che si possa liberamente indagare sulle motivazioni e sulle fonti da cui è scaturito il problema, cosa che prima risultava inammissibile e tremendamente minacciosa. 

Attenzione però! Le indagini sulle cause non sono mirate a risolvere la situazione che potrebbe essersi innescata molto tempo prima, bensì sono mirate a rendersi conto di come il problema stia condizionando la persona nel tempo attuale o reale. 

Grazie a questa prospettiva di approcciare il problema, è possibile sganciare ogni legame con il problema stesso, benché esso possa avere origini profonde anche lontanissime. In breve, ne risulta un cambiamento nel presente per una diversa interpretazione del proprio passato. 

(NB–Nella circostanza in cui fosse l’allenatore, colui che è interessato ad ampliare la conoscenza delle proprie capacità interne, allora è preferibile che sia l’esperto counselor a trattare la situazione). 

 

– Accettare – 

Per accettare, non si intende affatto accettare il problema. Ciò che invece significa è la consapevolezza di accettare un certo tasso di fastidio che potrebbe risultare dall’aver riconosciuto il problema e dall’averlo trattato. In pratica, è stato detto che per poter trattare una situazione è necessario averla davanti a noi, quindi, è necessario venirne in “contatto”. E’ proprio questo inevitabile contatto con il problema che può causare una serie di fastidi (principalmente emotivi), che spesso scoraggiano la persona dall’andare avanti. 

Questa nuova prospettiva offre una chiave che permette di ridimensionare il fastidio e di dargli il suo giusto valore. In sintesi, mentre in precedenza, il fastidio, oltre ad essere la causa per non affrontare il problema, sembrava anche insopportabile ed insormontabile, adesso, lo stesso fastidio è vissuto come un segnale che stiamo lavorando per debellare il problema, ed infatti lo si sta sottoponendo ad una nuova prospettiva, attraverso lo strumento chiamato Approccio Pentacentrico. In questi termini, il fastidio assume una connotazione temporanea e gestibile, e, pertanto, è più facilmente accettabile. 

 

 

 

– Mollare – 

Similmente all’accettare, anche il mollare non implica affatto il lasciar cadere il problema oppure fingere che non ci sia. Questo significherebbe prendersi in giro da soli … …e, … se i primi a prendersi in giro e a mentirci siamo noi stessi, cosa possiamo aspettarci dagli altri? 

Il mollare, invece, avviene esclusivamente attraverso la nostra decisione ed un successivo gesto deliberato di agire sulla nostra attenzione. In sintesi, è risaputo che ogni cosa, situazioni, idee, pensieri e le stesse paure, esistono solamente grazie al fatto di poter nutrirsi di quella stessa energia che da vita a tutto. 

La domanda che emerge è: come facciamo a nutrire le varie situazioni con la nostra energia?

La risposta è: attraverso la nostra attenzione che funge da mirino per incanalare l’energia

Non avendo ancora la conoscenza di questa prospettiva, molte persone mettono inconsapevolmente la loro attenzione al servizio del “maggior offerente”, cioè dello stimolo esterno più “forte”. Di conseguenza, questo stimolo viene ulteriormente rafforzato dall’energia che le persone gli offrono per via dell’attenzione. 

Il controllo dell’attenzione è una capacità naturale delle persone, che però, a causa di vari strati di condizionamenti acquisiti, hanno dimenticato di possedere. Quindi, una volta risvegliata la capacità di controllo della propria attenzione, la persona può decidere esattamente dove indirizzarla e focalizzarla. Per principio di dicotomia (questa è una chiave importantissima che ci porta alla conoscenza che tutto sul pianeta terra è composto da due aspetti complementari), visto che possiamo deliberatamente dare attenzione, allora possiamo altrettanto deliberatamente togliere attenzione

In conclusione, quando la persona ha deliberatamente accettato una periodo di possibile fastidio derivato dal riconoscere e trattare un qualsiasi problema, decide deliberatamente di rimuovere la sua attenzione dal problema stesso, quindi tagliandogli ogni rifornimento energetico, ed in pratica lasciandolo “morire di fame”, fino alla sua totale sparizione.